I CRITICI E MARIO LATTES


Interno Mario Lattes 1981

Lo scrittore Mario Lattes è, secondo Lorenzo Mondo, «presenza discretissima in Torino, ma di caustica fermentante intelligenza». Nella pubblicazione de Il borghese di ventura il critico de «La Stampa» vede una sorta di atto compensativo di una fase di stasi pittorica. Il romanzo autobiografico «viene raccontato tutto d’un fiato in prima persona» e l’agilità dello stile spiega «le intermittenze e le semplificazioni del testo, la selettività operata sui materiali da una concitata tensione cerebrale». Mondo riconosce al racconto «un indugio beffardo, acre e disperato di natura aforistica». Al protagonista «borghese fuor di nido, sbalestrato al vento della guerra, privo di certezze, un altro se ne aggiunge, crudele, autopunitivo», colpito dalla pace come da «una fiondata».

Ne L’incendio del Regio Mondo intravede «la naturale continuazione» del romanzo precedente. Il senso di estraneità del ritorno alla normalità pare essere una legge accettata da un mondo sopraffatto dalla burocrazia che tutto raggela.

L’incendio – scrive ancora Mondo su «La Stampa» del 5/11/76 – non rappresenta tanto la fine dell’infanzia, non è il sipario di fuoco che ci separa da una dubbia “douceur de vivre”. Appartiene piuttosto alla categoria dei sogni disperati e nefandi, è il presagio, se non l’augurio, di un rogo sacrificale: oltre il teatro, oltre la città, negli spazi stellari.

Per Massimo Grillandi de «Il Gazzettino» i fatti de Il borghese di ventura appaiono da

una tigliosa quanto frammentaria elencazione, resi da una vis espositiva che fa le prove migliori nell’impegno costante di tutto dire, tutto illustrare, tutto mettere in chiaro

È questo il libro «delle occasioni esistenziali che furono e che più non saranno» poiché

avviene che il protagonista tutto perso dietro i suoi fantasmi allucinanti, alle bellezze smaglianti, ma pericolose e vane, di ciò che è già consegnato alle ferme maglie del tempo, sorvoli per così dire sul presente, lo fagociti, lo ingoi senza farci caso, nell’amarissimo pianto che dentro gli sgorga, nella perenne, quasi parossistica, voglia di tuffarsi all’indietro.

Nello stesso romanzo, secondo Giancarlo Pandini di «Avvenire»

Lattes pittore viene alla ribalta con la sua maestria nel tratteggiare e incidere forme, figurazioni, emblemi e simboli, e parla una lingua quasi calcificata, fluttuante, senza pause, ma con evidenza e rigore registra stati d’animo e situazioni in modo incisivo, definito. (…) Il giovane ebreo non si scrolla di dosso la sua condizione e la sua condanna: come un sismografo registra reazioni e pensieri, anche i più ossessivi, ma dona alla sua vicenda un che di epico e di esemplificante

Secondo l’acuta analisi di Pandini

la guerra spenta ne accende un’altra più importante, più vera: la guerra contro se stesso, contro i suoi ricordi, contro la sua condizione di borghese finito. E le decisioni da prendere, le vie da percorrere, le nuove avventure umane non stanno più nella condizione di rifiuto o di sfinimento, ma nella scelta precisa ch’egli deve eseguire.

Per Roberto Cantini di «Epoca» L’incendio del Regio rappresenta per l’autore

il termine, non solo della propria fanciullezza, ma di un mondo intero che stava allora per scomparire. Finiti i tempi d’oro dell’infanzia, bruciati i ricordi e le fantasie che ne hanno costellato il flusso, l’autore si trova a dover affrontare la vita in tutta la sua minacciosa dimensione.

Nello stesso testo Piero Bianucci della «Gazzetta del Popolo» rintraccia un’«emarginazione» e un «isolamento “metafisico” che vanno aldilà dell’etichetta razziale per abbracciare l’intera condizione umana». Vi è poi «un’ansia di impossessarsi con l’osservazione e la descrizione di tutta una quantità di cose, oggetti, particolari fino a interiorizzarli e a farne qualcosa di “posseduto” con cui confrontare e verificare la propria esistenza». Quello che Giovanni Raboni su «Tuttolibri» chiama «romanzo di pace» vede il protagonista confrontarsi con l’«astrattezza di un lavoro alienato e incomprensibile», con la «frigida precarietà dei legami familiari» e con l’«atroce degradazione dell’oggetto d’amore». La scrittura disarticolata, ansiosa e onirica di Lattes non può essere ascritta ai modelli anti-narrativi ma, piuttosto, a «un realismo integralmente poetico».

Su «Tuttolibri» del 29 giugno 1985 Mario Baudino sottolinea come L’amore è niente sia «una sorta di racconto lungo che procede con un ritmo un po’ ipnotico» confermando «il particolare gusto dell’autore per le atmosfere appena evocate, i silenzi, le incertezze dell’esistere».