MARIO LATTES: I SUOI ROMANZI


Il ponte stampa Mario Lattes

Memoria e identità sono i temi di cui sono fatti i romanzi di Mario Lattes che sono sempre opere autobiografiche, scritte con sensibilità profondamente surreale ed epico senso dell’inconcludenza umana. Sopravvive però sempre l’ironia, soprattutto nell’eterea passione del protagonista di L’Amore è niente.

Antiretorico, crudele nel negare ogni finzione di sentimento, Mario Lattes ha scritto la propria vita di borghese di ventura, scampato ai rastrellamenti e ai campi nazisti, risalito dalla Sabina verso nord assieme agli Alleati in qualità di traduttore e poi di uomo sbandato nella selva oscura della vita qualunque. Nonostante i molti successi raggiunti come editore e le sue continue sperimentazioni in ogni campo, nei suoi romanzi si dipinge come inetto, come siamo tutti se ci togliamo la maschera.

Le opere letterarie di Mario Lattes

  • Le notti nere nel 1958
  • La stanza dei giochi nel 1959
  • Il borghese di ventura 1975
  • L’incendio del Regio 1976
  • L’amore è niente 1985

I temi cari a Mario Lattes

La produzione letteraria di Mario Lattes si fonda innanzitutto su di un autobiografismo sui generis nel quale il grigiore e l’apatia della quotidianità si mescolano alle labirintiche distorsioni del sogno, della memoria e del ricordo. Come in un gioco di contrappesi, a una minuziosa e accurata descrizione della realtà esteriore fanno da contraltare sogni e ricordi che proiettano la narrazione in un orizzonte simbolico e universale.

Lattes scrittore compone il diario di un’alterità che non è soltanto quella della sua condizione di ebreo in fuga dalle leggi razziali o calato in una cultura di matrice cattolica. La sua è piuttosto la disarmonia di chi percepisce di vivere in un mondo privo di solidarietà e comprensione dove l’esistenza viene faticosamente consumata in una rappresentazione esteriore che non lascia trapelare quelli che sono i movimenti interiori dell’animo.

Il tema delle scelte da compiere che conclude Il borghese di ventura ed è la premessa de L’incendio del Regio è in linea con il tema dell’inettitudine di tanta letteratura novecentesca: se le decisioni non vengono prese è perché gli “eroi” (o forse sarebbe meglio dire gli antieroi) di Lattes hanno raggiunto la consapevolezza della vanità di ogni tentativo di vivere la vita in maniera profonda.

Su questa poetica l’autore torinese innesta un linguaggio multiforme, fluttuante e con poche pause che tratteggia con grande incisività la psicologia del personaggio. La passione per gli elenchi – che trova forse il suo esito più estremo nel postumo Il Castello d’Acqua – è un altro elemento ricorrente nella produzione romanzesca. Gli oggetti, le cose fanno da cornice reale a vite che si vivono solamente nel sogno e nel ricordo.

Lo scetticismo nei confronti dell’amore, dell’amicizia e dei rapporti umani in genere ha come unica via di fuga la fantasia come accade al protagonista de L’amore è niente che finisce per innamorarsi di un’annunciatrice televisiva, interpretando alcuni suoi gesti come una corresponsione del sentimento. L’uomo non appartiene a nulla e non diventa mai nulla, tanto che potrebbe cambiare nome senza che nessuno se ne accorga poiché il nome è «soltanto un suono».

Nello scontro con le convenzioni sociali l’individuo perde la propria innocenza. Il forzato adeguamento alla realtà si configura sempre come un disarmonico “incasellamento”: negato quando sarebbe opportuno, imposto quando è superfluo. Ma nelle pagine di Lattes, molto spesso, l’impressione è che il dolore e la paura possano essere esorcizzati con l’ironia. La distorsione grottesca di alcune situazioni è uno dei tratti più marcati della scrittura di Lattes, del suo stile originale, refrattario ai generi e alle scuole dell’epoca.

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