I temi della letteratura di Mario Lattes, estratti








MARIO LATTES: I SUOI ROMANZI


Il ponte stampa Mario Lattes

Identità

Nella vita servono i certificati, bisogna poter dimostrare di essere idonei, di essere la persona giusta, non un altro e speriamo che il nostro angelo custode non ci abbandoni, trovandoci insopportabili.

Chi siamo? Cosa si diventa vivendo e a che pro siamo qui? Che influenza ha il mondo esterno sulla nostra identità, perché sembra che gli altri dubitino del nostro nome, dei documenti che lo certificano?
“L’Incendio del Regio”

Non è mai niente di niente, nella mia vita, lo vedete, come se fossi sempre al posto di una altro, non so. Non c’è mai niente che io possa provare documenti alla mano, in questo mondo pieno di carte di bolli di autentiche. Quello che esibisco non conta, ci ridono sopra, – ci vuol altro, – dicono. O addirittura dicono che non è vero. – Ma i fatti, – dico, – i fatti. – I fatti niente,- dicono. Sarà sempre peggio, vedrete, si mettono male, le cose. “L’Incendio del Regio”

Così – delle lettere scritte – se ne considera soltanto il tracciato nero, ma ci sono anche quelli – un’infima minoranza – che si fermano dietro alle superfici bianche, i vuoti che si creano dentro e intorno alle lettere. Non è una cosa di poco conto. Potrei dire che si tratta anzi dei due tipi fondamentali di uomo ma non è questa la sede. Certo è che, presentandone l’occasione, la cosa non può passare sotto silenzio. Bisogna almeno farvi cenno, rimandando la trattazione a luogo più conveniente. Io appartengo al secondo tipo, inutile e raro. “L’Incendio del Regio”

Anch’io potrei cambiare nome, non sono nessuno, io, il nome è soltanto un suono non è necessario che sia sempre lo stesso, tanto più che moltissimi altri ce l’hanno uguale al mio, e poi la mia presenza non è continua, per nessuno, può incominciare a finire in un punto qualunque. “L’incendio del Regio”

Dove sono andato a finire, sono mai cominciato? Lo chiedo ai monsignori della Sacra Rota che di queste cose se ne intendono: della natura e del destino nostri. Il distacco dell’ombra è segno di morte prossima? O vicino a me qualcuno gettava ai piedi del muro la sua ombra e poi se n’è andato? E allora chi? Io ero solo, mi pare, sul ballatoio, sono solo sempre: di chi poteva essere quell’ombra? Forse era l’ombra del mio Angelo Custode, persino la sua pazienza ho stancato: che è un Angelo”. “L’amore è niente”

All’esame di maturità si portavano i tre anni, ho esibito il documento del Governo Militare Alleato e quello della Comunità Israelitica che prima non me lo volevano dare, il certificato, perché alla Comunità non ero mai stato iscritto: chi è iscritto ha il certificato, chi non lo è, che certificato, il certificato di una cosa che non è? E avevano ragione, però le stesse cose degli iscritti erano toccate anche a me che non ero iscritto, lì in quegli anni, e anch’io non avevo torto, non so. E’ sempre stato il mio destino, mi sembra dirla lunga quel rifiuto, giustissimo, non dico, anzi appunto perché giusto: che sono io? Se non sono perché la cosa accade come se fossi? “Il borghese di ventura”

Ironia

L’Annunciatrice dice alle ore venti e quaranta e alle ore ventuno e cinquantacinque il telegiornale concluderà la serata. Dopo il film non c’è più lei ma quella con i capelli nerissimi che è venuta anche su Gente e su Oggi. Io: lascia perdere, mi dico, di fare i segni e le occhiate, se no tua sorella se ne accorge, non fare tanti cenni non mandare tanti baci che ti ha già sbirciato. Non c’è bisogno di tanti segnali, tanto l’Annunciatrice è abituata e capisce lo stesso. E’ capace di captare anche i minimi segni non c’è bisogno di strafare. Come abituata? Cosa vuol dire? Non crederai che sia la prima volta, non crederai di essere l’unico. Chissà con quanti Telespettatori questa Annunciatrice, e anche quella di Oggi e di Gente. Per ognuno hanno segni speciali, comprensibili soltanto ai destinatari, gli altri no. Possibile? “L’amore è niente”

Sradicamento

Io provo a fare il conto dei miei domicili finora. C’è difficoltà nel conto, non me lo nascondo. Intanto i nove mesi trascorsi dentro mia madre se sono da calcolare o no. E mettiamo che sia uno. Vengo fuori da mia madre e c’è l’ospedale. Anche qui questione se sia domicilio vero e proprio, data la breve permanenza, però che vi abbia soggiornato non c’è dubbio. Soggiornare è un conto, altro è abitare. Mettiamo due. Tre, la casa di via Stampatori; quattro quella di corso Moncalieri, cinque il Professore, sei la Cassandra. “Il borghese di ventura”

Erranza

Mi sono riparato per non essere visto, sono un perseguitato. Potrò farmene poi anche un merito, se me la cavo, ma che merito c’è, come se uno se lo fosse scelto, di essere perseguitato, e invece semplicemente ciò gli viene dietro per qualcosa che lui non può levarsi di dosso e Dio sa se vorrei levarmelo, ma non posso, e allora che merito. Il che non toglie che poi, più tardi, tutto questo diventerà una virtù, imporremo il silenzio, vedrete. “Il borghese di ventura”

Ricordi

Mi domando se è bene avere o no ricordi, in queste circostanze. C’è da chiedersi se sia bene averne in ogni caso, del resto. Ma restiamo al presente. Forse è meglio non averne, si offre una superficie meno estesa. O forse sarebbe meglio il contrario: serve sempre per dire che abbiamo visto il peggio, è già una consolazione. C’è il pro e il contra, insomma. E poi i ricordi servono a passare il tempo, albergano rancori utili per ogni evenienza. Tutto considerato dunque sarebbe meglio averne: e un caso come quello in cui mi trovo dovrebbe capitare nel mezzo della vita, non al principio quando non lo puoi misurare con niente. Il borghese di ventura. “L’incendio del Regio”

Gli Altri

Io questo lavoro lo faccio con applicazione ma senza grandi risultati. Forse ero adatto a lavori manuali, dal momento che vedo che la parte che faccio meglio è adattarmi ad alzarmi presto, prendere il treno, andare a piedi, e questo fa parte di aver avuto i genitori, che ho perduto sì ma li ho anche avuti, e mi hanno fatto fare il Liceo Classico. Ohi, badiamoci, ai genitori. Ve lo dice uno che si può dire non li ha mai conosciuti. Un bel sollievo, bisogna essere sinceri, tante rogne di meno. Ma c’è il pro e il contra. Nella vita ci sono gli Altri. E’ fatta degli Altri, la vita. Si tratta di tenere la testa fuori, riuscire a respirare, non fanno mica complimenti, loro. I genitori servono a questo: che li rappresentano, gli Altri, così, in forma familiare, adatta a far capire ad un bambino. Io invece ho dovuto riconoscermi subito da me mentre ancora non c’ero. Ci si esercita agli Altri, coi genitori. Si dispone di entrambi i casi, con loro: il Maschio e la Femmina. E’ così che si aprono gli occhi e si viene a sapere cosa ci aspetta. Si affinano le armi per lo scontro definitivo: la si fa sui parenti, questa ginnastica. Non ne esci mica senza danni, dalla palestra, ma guardiamo un po’ le cose come stanno. Era proprio quel che occorreva, altro che danno, al momento di mettersi in riga, di ingranare, competere, essere riconosciuto. Ecco perché si dice che ti hanno fatto del bene, così starai comodo nel tuo cassettino aperto e chiuso senza fatica accanto a tanti altri cassettini ciascuno con dentro un altro a immagine e somiglianza dell’Esimio Fattore sì, ma che proprio per questo richiedeva di lavorarci su ancora un bel pezzo – non ci si può mica tanto permetterselo, di somigliare al Buon Dio -, e smussarlo, e grattarlo, quel ritratto, se vuoi qualche probabilità di salvezza, ve lo dice uno che si può dire non li ha mai conosciuti, i genitori, senza questo esercizio in fatto di probabilità le più forti sono il manicomio, il carcere, o morire ammazzati per mano propria. “L’incendio del Regio”

Il tempo

Sono tanti quindici anni, mi sembra ieri che la signora Feliz diceva “sono già sei mesi…”, “pensa che è già passato un anno…”. Adesso sono quindici, gli anni, ma non è niente, non è niente quindici anni, se pensi che saranno venti, gli anni, saranno trenta, un bel giorno, tutti passati in questa pianura con in fondo le immagini bianche tremolanti di città mai viste color cristallo, come Pietroburgo, come Amsterdam, io che quando la guerra fosse finita pensavo di starmene dentro una camicia di nylon bianco davanti al mare a Long Island, con la stilo nel taschino, come Sam Cerreta, il caporale americano. “Il borghese di ventura”

Hitler incarnazione del male

Gli occhi di Valleda sono fatti di specchi marci e neri che riflettono film e romanzi ma dentro c’è la pazzia di una potenza malvagia. E questa da dove viene? Gli specchi che avevano raccolto l’immagine dell’Austriaco, quando lui morì si ruppero in tanti pezzi. Erano specchi di caffè e specchi di ristoranti di uffici pubblici e di camere d’affitto, aule scolastiche, palazzi”. In Germania e fuori. Una grande esplosione. I frammenti di specchio volarono a distanze enormi, poi ricaddero qua e là sulla terra. Adesso Lui era dappertutto. Sui frammenti di specchi che avevano contenuto l’Immagine, altre immagini comparivano poco a poco. Quella di Velleda era molto piccola perchè molto piccolo era il pezzetto di specchio: ma perfettamente compiuta, a figura intera. I pezzetti di specchio, finiti dentro la terra, sotto la terra, bisognava averli potuto distruggere. Ma nessuno li trovava. Se qualcuno li trovava, non poteva sapere. Così, senza che si sapesse, il mondo fu pieno dell’anima del caporale che scomparendo aveva lasciato un vuoto irrequieto. Corpi mutilati cercavano membra estranee a cui riunirsi, dita tagliate bramavano mani diverse. La fragorosa sparizione del Maestro sollevò un pulviscolo di mostri orfani di Lui, che li comprendeva tutti. La sua traccia sulfurea soffiò dentro facce finte. Il Grande Malvagio, esistendo già prima di sé, non poteva perire: le scintille del suo rogo animarono cadaveri che andavano a mescolarsi con l’altra gente. “L’amore è niente”

Il surrealismo

Quando c’è il sole sto appoggiato alla ringhiera sul ballatoio. Guardo la mia ombra e l’ombra della ringhiera ai piedi del muro del cortile. Come ieri, per esempio: e mentre ero lì fermo, la mia ombra si è mossa è andata via come una persona che se ne va. E’ sparita. Io non avevo cambiato posizione, ma ai piedi del muro adesso c’era soltanto l’ombra della ringhiera. Dove ero andato a finire? “L’amore è niente”

Le riunioni familiari

E anche l’anno seguente cantarono “Ki lau Noeh” e “Echod mi Jaudea”. Il sonno li prendeva i commensali, stanchi e contenti. Non sapevano che l’Eterno avrebbe vuotata la terra e dispersi gli abitanti, che al padrone sarebbe avvenuto lo stesso che al suo servo, a chi vende lo stesso di chi compra, a chi presta e a chi prende in prestito, al creditore e al debitore, poiché l’Eterno aveva pronunziato questa parola. “Il castello d’acqua”

I ricordi

Io ricordo, s’immagini, dice Agur, sia pure per interposta persona… indirettamente, se si vuole, ma da qualcuno degno di fede, mi creda, io ricordo l’Esposizione dell’Undici, e prima ancora: la cometa di Halley, l’anno avanti… Cose che mi furono dette s’intende. Sono anche, credo, il solo uomo al mondo, almeno credo…credo di poter dire…a ricordare il momento in cui nacqui, e qualche attimo prima, anche, quando guardai mia madre e lei, tutta vestita di rosso, si abbatté al suolo in un lago di sangue, mentre io arrivavo da fuori scena correndo lungo l’emiciclo sotto i palchi rossi e dorati, e quel grido tremendo, di dolore, al vederla coi capelli neri dentro il suo sangue… “Il castello d’acqua”