MARIO LATTES POETA


Mario Lattes veduta di Torino

Nel libretto Fine d’anno, pubblicato nel 1972 in 150 copie, sono raccolte alcune poesie di Mario Lattes che ripropongono i temi centrali della sua riflessione e della sua ossessione, la nostalgia per ciò che si è dovuto lasciare e non c’è più se non nella memoria, il male assoluto, la morte e la natura, il dubbio, l’amore che passa crudelmente, l’esilio e il senso di non poter possedere mai niente.

Molte nevi

 

Ogni volta ho desiderato

Disegnare il paesaggio

che vedevo da casa

ma troppe ne ho lasciate.

Molte nevi la gialla

Orina ha sgretolato lungo i muri,

inoperosa matita!

Nelle stanze dei morti, per scongiuro,

si coprono gli specchi.

 

Questa notte

 

Questa notte

tra sogno e trasognare

che torbide magie!

(C’eran perfino

tiepidi luccichii

di Natali vecchi).

Aspettando,

la lettura di Gibbon fino a tardi.

Poi: dormire,

aspettando.

Correva e mi cercava,

senza faccia, il tedesco: una figura

di fumo rosso. E io

senza terrore, tranquillo,

fuggivo…

Serve a questo, la storia.

 

Questo solo

 

Cadono, antico

Lamento di poeti,

le foglie.

Volgete a me lo sguardo: nulla di nuovo ho da dire

se non che mi avrete guardato

(ma lo farete?). Morire:
nemmeno questo è nuovo.

E questo solo ho da dire.

 

Amore

Svanisce; e il suo destino

Postumo è una bandiera

Sbiancata da triboli e risate.

Per testimoni oculari ha ritratti

Di vecchie e nuove regine.

 

Emblemi

L’uomo che amava le danze

dei gatti

muove verso occidente.

La neve di primavera – una bugia

detta bene – promette

parole vere. E parli

di porcellane orientali,

di gotico vittoriano,

racconti i più minuti paralipomeni.

La musica del varietà ti accompagna

mentre sfogli

il libro degli emblemi predicando

ai convertiti.

In questa età di assensi, in un sapore

di tropico, ti chiedi

se il mare perirà prima che inghiotta

le ceneri di Smirne, il Lusitania,

quel ragazzo persiano…

 

Paguro

Paguro disgraziato

non voltarti a guardare.

Tutti quei gusci

non li contare.

Potevano

Essere di più o di meno.

Tuo, nessuno.

Ma costui, se parlasse,

– l’annegato

Che ti rifugia nell’occhiaia vuota –

racconterebbe la tua stessa storia,

press’a poco.

 

Esiliato, sopravvissuto, scampato all’inseguimento di un male diabolico e sfuggente, rappresentato come un fumo rosso, Mario Lattes si guarda indietro e vede le molte case, i molti paesaggi, la propria storia assorbita dalla Storia ma anche il terrore di appartenere al passato.

L’identità dolente si afferma come tema dominante della poesia di Mario Lattes, a cui le parole usate comunemente nelle biografie risultano inesatte. I luoghi, come le parole, sembrano tradirlo e il tempo passa come un torrente che sfigura i luoghi e la loro anima.

Mario Lattes è nato

il 25 ottobre 1923 a Torino

dove vive e lavora

ma lavorare non è esatto

e nemmeno vivere

si ricorda di essere stato dietro agli occhi di uno

che in piedi lo guardava

a pochi mesi nella carrozzina

con in testa una cuffia di colore celeste

lavorare non è esatto

e neanche vivere

in questa città assassinata

la pietra dei marciapiedi non risuona più

non c’è più tenerezza nelle mani

sulle ringhiere di ferro

di scale e ballatoi

e ciò che gli aveva insegnato

essa l’ha dimenticato