MONFORTE E IL SUO PASSATO


Auditorium Horzowski

La prima popolazione a risiedere in maniera stanziale in Piemonte è quella dei Liguri, in territorio langarolo sono i Bagienni a occupare il territorio delle Basse Langhe, poi sostituiti dai Celti. I romani conquistano le Langhe fra il 173 e il 143 a.c. fondando tre grandi centri urbani, Alba Pompeia (Alba), Augusta Bagiennorum (Benevagienna) e Pollentia (Pollenzo). A livello locale il territorio viene organizzato in pagus (villaggi) e vicus (borgate). È dunque in questo periodo che nascono i primi casolari in laterizio e l’insediamento che nell’Alto Medioevo prenderà il nome di Mons fortis. Con il declino dell’Impero Romano il territorio subisce un processo d’imbarbarimento. Visigoti, Goti, Longobardi e Franchi si succedono fino al IX° e X° secolo nei quali si affacciano sul territorio le prime reggenze vescovili, turbate dalle incursioni e dai saccheggi delle orde di Ungari e Saraceni. È proprio nell’epoca dei vescovi-conti che compare la cellula di proto-catari soffocata nel 1028 dagli armati inviati dall’arcivescovo Ariberto d’Intimiano.

Dopo alterne vicende, nel corso del XIII° secolo Monforte diviene feudo dei marchesi Del Carretto cui, successivamente, subentrano gli Scarampi del Cairo. La linea maschile dei Del Carretto termina con Luigi Enrico che lascia come unica erede Cristina, legata in seconde nozze al marchese Carlo Alberto Scarampi del Cairo che ricopre la carica di sindaco del comune dal 1881 al 1920. L’ultimo a dimorare a Palazzo Scarampi sarà suo nipote Alberto, morto tragicamente alla fine del ‘900.

Dalle poche case arroccate sulla collina della Bastia, nella seconda metà dell’800 il borgo inizia a estendersi sino alla parte bassa dell’attuale Monforte. Nel 1862, un anno dopo l’Unità d’Italia, il toponimo diviene ufficialmente Monforte d’Alba, per evitare fraintendimenti a livello burocratico. Verso la fine dell’800 il 41% della popolazione è occupato in agricoltura, a dare un’ulteriore impulso a questo tipo di economia sono la meccanizzazione e l’introduzione di numerose innovazioni nella viticoltura e nella vinificazione.

Nel corso del Novecento nel paese si sviluppa un’economia basata sulla viticoltura, sull’allevamento e sulla coltivazione di cereali. Dal 1° gennaio 1931 Monforte ingloba nel proprio territorio i comuni di Perno e Castelletto. Già nei primi mesi della seconda guerra mondiale il paese vive un momento di grande difficoltà: cominciano a mancare materie prime e prodotti indigeni e ci si arrangia tornando al baratto, scambiandosi le merci e aiutando i più bisognosi. È in questo clima di grande solidarietà che la Resistenza partigiana trova l’humus nel quale diffondersi nell’anno e mezzo che va dall’8 settembre ’43 al 25 aprile ’45.  Al termine della guerra il 77% della popolazione attiva è occupato in agricoltura. Quando nel giugno del 1946 si tiene il referendum nazionale per l’abolizione della monarchia 1152 monfortesi votano – in controtendenza – a favore del re, mentre 604 si esprimono a favore della Repubblica.

Con il boom economico, l’immigrazione di circa 500 braccianti provenienti dal Veneto e dell’Italia meridionale e la meccanizzazione delle attività agricole, il vino diventa il vero e proprio perno dell’economia locale. Con lo spopolamento delle campagne (Monforte passa, infatti, dai 3041 abitanti del 1951 ai 1913 del 2003) aumentano negli ultimi decenni del ‘900 le occupazioni negli altri settori. Pur essendo il principale veicolo del nome di Monforte nel mondo, il vino ha perso il suo ruolo egemone. Questa perla delle Langhe, infatti, ha saputo conservare e valorizzare il proprio patrimonio paesaggistico e architettonico divenendo la meta di un turismo culturale ed enogastronomico. Paese di rara bellezza, oggi Monforte d’Alba rivolge il proprio sguardo a un futuro che riesce a unire in maniera sincretica i valori della tradizione con il dinamismo e l’eclettismo necessari in un mondo in continua trasformazione.

Gli eretici di Monforte

Anticlericali, i proto-catari (dal latino catharòs ovvero puri, perfetti) giudicano la Chiesa impura e corrotta dal desiderio di potere e di ricchezza. Essi credono in Dio e nel demonio e ritengono che l’uomo possa salvarsi combattendo tutto ciò che può condurre al male. Rifiutano i sacramenti, eccezion fatta per il consolamentum, una sorta di battesimo impartito agli adulti. I catari praticano la castità, non mangiano carne, pregano, digiunano e mettono i propri beni in comunità. Praticano l’endura, una sorta di suicidio rituale e hanno come loro simbolo la scacchiera che rappresenta il dualismo bene e male e che sarà successivamente emblema dei Templari.

L’arrivo dei protocatari a Monforte è databile intorno al 1020, tanto che i roghi di Monforte sono, insieme a quelli di Orleans, i primi a venire appiccati in Europa. Nel 1028 Ariberto d’Intimiano, arcivescovo di Milano e vicario per l’Italia dell’imperatore tedesco Corrado II, trovandosi a Torino per una visita conoscitiva, scopre l’esistenza di un gruppo di eretici nella zona di Monforte. Egli, auspicando una soluzione diplomatica del problema, convoca a Torino il loro capo Girardo per un interrogatorio. Dall’interrogatorio fra il vescovo-conte che detiene il potere politico-amministrativo e Girardo che si dimostra inamovibile e preparato su ogni questione dottrinaria, emerge in maniera lampante l’eresia dei catari che vengono arrestati e condotti a Milano dove per alcuni giorni sacerdoti e autorità religiose tentano di ricondurli sulla retta via. Fra gli arrestati figura anche la contessa Berta che aderisce sin dall’inizio all’eresia e protegge gli eretici. Di fronte alla fermezza degli eretici, i giudicanti ecclesiastici ergono una grande croce e preparano un rogo divampante. La scelta spetta ai singoli che possono salvarsi abiurando la loro religione oppure persistere nell’eresia e immolarsi nel fuoco. Dopo un attimo di meditazione collettiva alcuni riabbracciano la fede cattolica, altri si lanciano fra le fiamme venendo ridotti in cenere. Una recrudescenza monfortese dell’eresia catara viene successivamente sedata dal vescovo Alrico.

La Resistenza partigiana

Le strade, i sentieri e i boschi di Monforte vengono percorsi, a partire dall’autunno del 1943, dai combattenti per la libertà. Le Langhe diventano cruciali per la lotta partigiana in Piemonte come ricorda il noto romanzo di Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny. Nel 1944 si sposta in Langa Louis Chabas, detto Lulù, che diviene famoso per le sue azioni. Nel mese di aprile la IV Brigata garibaldina, costituitasi tra Pinerolo e Saluzzo, invia nella zona di Monforte e Novello uomini che in pochi mesi organizzano a livello locale alcune unità regolari, brigate e divisioni. Sul muro della cascina Serra, poco oltre Montagliato, una lapide in marmo ricorda l’insediamento del comando della 48esima brigata. A settembre si organizza il convegno delle Giunte comunali delle Langhe e a ottobre nasce un C.N.L. di coordinamento tra i partiti impegnati nella liberazione con Sabino Grasso, Erminio Sacco, Mario Nada, Carlo Sicca e Giuseppe “Pinot” Gallizio.

A novembre Monforte rischia di essere bruciata ad opera dei repubblichini ma il parroco, Monsignor Dallorto, si offre in ostaggio perché il paese venga salvato. Invece del capoluogo viene data alle fiamme la frazione dei Salicetti. A dicembre la Iª e IIª divisione di Giustizia e Libertà scendono dalle vallate di Cuneo per trasferirsi in pianura e nelle Langhe. Nel gennaio i loro comandanti Dante Livio Bianco, Ettore Rosa, Fausto Dalmazzo e Giorgio Bocca discutono la situazione, le zone d’insediamento (strategica divenne la frazione di Torricella) e i rapporti con i garibaldini. Il 25 aprile le campane della parrocchia iniziano a risuonare per le vie di una Monforte innevata: la guerra è finita.